Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer
Giuliano Ladolfi Editore, 2026
Un Sì ripetuto alla vita, tra filosofia, arte e senso del sacro
Dalla prefazione di Sara Ferrari
Esiste un modo di addentrarsi nel pensiero come in un’esperienza fisica: con i sensi all’erta, pronti a farsi ferire e stupire. È quello che accade in Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer, una raccolta che nasce al crocevia tra filosofia, mistica e vita vissuta […]. Il titolo – e la sezione che lo ospita – ci introduce subito in un dialogo immaginario con i grandi nomi del pensiero occidentale. Si tratta però di un dialogo sui generis: non accademico, non deferente. L’io poetante convoca Schopenhauer, Wittgenstein, Spinoza e altri ancora, come si invitano al dialogo dei vecchi amici un po’ scomodi, additandone le ossessioni, pronti a dissentire, a offrire “un bouquet di fiori di campo”. […] Oltre all’influenza filosofica, si percepisce subito quella biblica, che è forse ancora più pervasiva e più profonda e lavora quasi sempre in filigrana, rivelandosi in improvvise folgorazioni che rischiarano l’intero testo. La poesia d’apertura – l’unica al di fuori di una sezione, quasi fosse la soglia dell’universo poetico che verrà – introduce la figura di Isaia […]. Dopo aver avuto la bocca purificata dal carbone ardente (Isaia 6,6-7), il profeta risponde alla chiamata divina con la parola ebraica hinneni – “eccomi, ci sono!”. […] Qui non è un’epifania occasionale, bensì un’autentica dichiarazione di poetica. Scrivere è rispondere a una chiamata – e all’esistenza stessa – con assoluta disponibilità, nonostante l’inadeguatezza e le fatiche che ci abitano. […] Accanto a queste influenze centrali anche la musica è nella dizione di molte poesie, non solo nelle allusioni, ma nel loro ritmo sincopato che abbandona la sintassi senza abbandonare il senso, nella parola che “leviga il mondo” senza essere il “solo specchio” — per citare la reinterpretazione di Wittgenstein. […] La struttura della raccolta segue un arco che va dall’interrogazione filosofica alla presenza dei vivi, fino alla bellezza come ultima risposta. Se la prima sezione si misura con le grandi domande sul dolore, la volontà e il linguaggio, la seconda si immerge nelle relazioni, nella malattia, nell’amore. La terza guarda alla bellezza non come consolazione romantica ma come “grido / che in alto nell’oro si avvita / ultima accensione — ragione / di vita” quella degli Iris di Van Gogh dipinti ad Arles, pochi mesi prima del ricovero psichiatrico.
***
Dalla postfazione di Paolo Pera
In conclusione, l’opera tiene insieme più “scienze dello spirito” – per dirla à la Dilthey – senza però cadere nell’accademismo […] Di Raffaela Fazio, ancora, potrà essere memorabile l’intento di porre la disponibilità come centro psicologico del suo io poetante. Un io capace di accettare il peso di essere ferito, confutato e, soprattutto, trasformato. Questo ci conduce verso figure marginali: e.g. la soglia, il greto, l’arco, il foro, la resina etc., per mezzo di una versificazione atta a sottintendere il carattere meditabondo con cui Fazio ha voluto connotare l’intera sua prima sezione. Eppure, la seconda e la terza non contraddicono tale impianto, anzi lo radicalizzano: quello che era un dialogo filosofico, diventa l’attraversamento del dolore, quindi la contemplazione (αἰσθητική, aisthētikḗ) della forma presa dal dolore infine attraversato. Il pensiero si fa destino, la bellezza si fa ferita abitata, l’eccomî si fa corpo e poi immagine. Tutto sommando, potremo ricordare il prezioso esempio di pensiero tragico in filigrana, non cancellato ma trasfigurato nell’accettazione assoluta del male – fisico ancor più che morale – come condizione per confermarsi nel bene, che è accoglimento, letizia, e che equivale alla vita stessa. In una tale intima dialettica, l’hinnēnī che non scioglie il mistero, lo frequenta fino a trarne il necessario amore.
Poesie
Invece
dell’ultima paura, una voce
semplice, capace
di uscire allo scoperto
incontro sia alla vita sia alla morte
come il larice
che sulla sua corteccia
sente il fuoco e gli risponde
offrendo
la resina migliore
goccia a goccia
o la bocca di Isaia così imperfetta
resa pura
al tocco
del carbone ardente.
Emettere
un suono solamente
(sia sfida, sia abbandono):
Hinneni
– eccomi! ci sono.
.
*
Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer
Arthur, verrò da lei alle tre.
Non parleremo. Sarebbe vano.
Lei scelga solo il brano
che ascolteremo.
Io porterò un bouquet
di fiori di campo.
Sì, tutto è breve. Che importa?
Signor Schopenhauer, lo sente
che sono già morta?
Eppure ritorno alla vita
e lo farei anche se fosse
solo per un’ora
o se trovassi la mia rosa
avvolta dalle spine.
Le siederò accanto.
Vedrà che l’orizzonte
mi riempirà d’assenze sempre nuove
dagli occhi fino in fondo alle caviglie.
Ma voglio
proprio il tendermi sull’arco
dell’ignoto
avere ancora sete.
Non spenga questa danza.
Non è il desiderio
a renderci infelici
né l’imprevista fauce della sorte:
è ogni solitaria abiura
di ciò che ci accomuna
e sopravanza.
*
Quale parola, Signor Wittgenstein?
Quale parola
deve tacere, Ludwig,
se nessuna è all’altezza del reale
e il reale non ne vuole
a sua riprova?
Abdichi quella
che confonde, ma più ancora
la lingua che si crede mappa esatta
e per la mente
unico ponte o affaccio
perché il vivere
eccede sempre il detto
e lo precede
e il dire
leviga il mondo
(scorrendo nel suo letto)
ma non ne è il solo specchio.
Allora venga
la parola che ha coscienza
della sua insufficienza
e canta, chiama
libera il pensiero, lo sovverte
lo rende
viva carne anche se tende
a un altrove
scegliendo
di lasciare intatto
il mistero
che lei stessa invoca.
Si appronti la parola
che è grido, stupore, scatto
di serratura
e gioco, signor Wittgenstein
sì, il gioco a cui infine lei approda.
Siano leciti il Sempre e il Mai
non perché veri, ma quali scrigni
di desideri
e se resta indicibile il cuore
scarabeo nella gabbia del petto
si crei
ad un simile ritmo
la parola che pulsa
alla quale si accosti l’orecchio.
*
Non credo nel disfare
in successione
un nodo dopo l’altro, un pianto alla volta.
Credo piuttosto nello sforzo
di rendere più innocuo
l’irrisolto
con l’intreccio, con l’aggiunta
di note alla sua nota
portando in noi la voce degli eventi
come unica canzone lungo il fiume
dove ogni lavandaia attenua il buio
di quella a lei vicina.
E forse in sottofondo
il male resta
ma prevale
(nel gioco di risposte, di rimandi)
un’aria, un motivo
che senza spiegazione
di colpo sa passare
dalle labbra al cuore.
*
Quest’illusione che perdura.
L’occhio, la mente indagatori
l’orecchio e anche la bocca, la memoria
che insiste con giustizia e precisione
nella pretesa
di un rosario esatto
minuzia di inventario
completa torcitura degli eventi.
Ma accade che si menta
proprio dicendo tutto.
Il fatto in sé è vuoto
se si omette
la vena sottotraccia
o il fuoco al centro
di ogni avvenimento.
*
(123 giorni dall’inizio della terapia)
Chi ora mi conosce
qual è la me che incontra?
C’è un punto da cui entra
per sentirsi a casa?
E come cosa fatta
percepirà l’arredo
per me solo precario?
Non sa da quali vie
è il mio congedo
né a quali porte origlio.
Così il taglio corto
è normale
per chi mi incrocia adesso.
Non sospetta
che io sogni la Notte
con le cesoie in mano
o che mi spuntino nel buio
altri capelli.
Nulla di strano. In fondo
soltanto si conosce
partendo da metà
mai dall’inizio.
E la metà si sposta
indizio dopo indizio.
*
Confessione di un poeta a un artista
Invidio la tua lotta
la visione che si getta
nel fuoco che la chiama
crepita s’abbuia
poi si erge disossata
e reclama
la forma che le spetta
invoca altra materia
già ottiene calce viva
muscoli pigmenti sangue vene
l’ogiva del respiro
la cavea del torace
il flusso verginale che trasmette
a chi la vede
o una più fonda fame
una fitta
simile alla pace.
Io invece
aspetto che trabocchi
una parola
dall’orlo della notte
origlio al portale nel nartece.
Ma la mia notte
è più gelosa delle sue battaglie
e omertoso
è il vento che la scuote
febbrile
il vuoto che seduce
le sue garguglie
rotte.
*
Gli iris di Van Gogh
Ogni bellezza
è caparra
del suo costo, di quel buio
che al suo posto sopravviene
non appena tutto cessa
(più forte il flusso
più ripida la forra).
Ma se è vista
dalla lente del dolore
non è più solo bellezza:
è grido
che in alto nell’oro
si avvita
ultima accensione ‒ ragione
di vita.
*
Mare di nebbia
(pensando a Caspar David Friedrich)
A un soffio dal presente
appena sotto
la lente più sottile
(un’ala
la separa dalla notte)
l’alba è ormai pronta
è una breccia
sul mare di nebbia.
Ma il ghiaccio
si chiude di nuovo.
Con sé tiene1
il giovane corpo
come fosse un tesoro.
Nel tuo occhio da allora
crepita l’abisso
che preme sulla tela
che ti chiama
‒ caduta senza fine
verso l’orizzonte
oscurità sublime nella quale
l’immagine incagliata
si mostra
e si cela.
Dietro l’opale della lastra
ti scongiura.
La sua voce
è dismisura.
1 Da bambino, Caspar cade dentro il ghiaccio mentre sta pattinando su un lago gelato. Il fratello lo salva, ma muore al suo posto.
*
14 / 12/ 2024
Bello è il fascio di luce
che colpisce diretto, inatteso.
Ma più ancora il barbaglio
quando è intaglio del buio
tra lamiere, tra rami
o il lucore che cresce
mai arreso
attraverso i più opachi sipari.
Quando arriva rimane.
Non tradisce.
*
Ti trovo – almeno
solo se ti seguo
lungamente
sull’onda
in disarmo
nelle risacche degli stormi
imprevisto
di figura in figura
perché veloce mi rispondi
spostando
il punto focale
mutando la chiave
sulla partitura.
Non mi dici
– se il senso esiste – quale.
Ma sei di colpo pace
nel mutuo deflettersi di intrecci
cascata
di cellule, millenni, esopianeti
un vorticare di possibilità.
E a me basta
sapere
infinitesimale
il caso
che questa vista si apra
che io sia qua.

